Chi sono.

Mi chiamo Livia e ho trascorso quasi vent'anni nello spazio dove identità e visibilità pubblica si incontrano - dalla televisione alle piattaforme digitali globali - a stretto contatto con talent e organizzazioni in contesti ad alta esposizione internazionale.

Quello che segue è ciò che ho capito nel tempo, e che ora è al centro di come lavoro.

La presenza pubblica non è mai un problema di comunicazione. È sempre un problema di identità.

Ho iniziato il mio percorso professionale in televisione — come producer e host in Current TV, il network fondato dall'ex vicepresidente americano Al Gore, e poi nelle redazioni di altri programmi, tra cui Servizio Pubblico di Michele Santoro, dove mi occupavo di strategia cross-mediale integrando i social nelle dirette televisive quando quasi nessuno lo faceva ancora.

Lì ho imparato la cosa più importante: ogni scelta editoriale è una scelta identitaria. Cosa racconti, come lo racconti, chi metti davanti alla telecamera non sono mai decisioni neutre. Quando una narrazione pubblica non funziona, il problema non è nella forma. È sempre più a monte.


Il medium cambia. Il problema rimane lo stesso.

La transizione dalla televisione alle piattaforme digitali - prima Twitter, poi Meta su Instagram, Facebook e Threads - non è stata un cambio di settore. Era lo stesso lavoro in un ambiente più rapido, più amplificato, con meno spazio per l'errore.

In entrambi i contesti il nodo era identico: persone e organizzazioni che faticano a tenere coerenza tra quello che sono e quello che mostrano quando la visibilità aumenta. Le piattaforme digitali accentuano questo problema e lo rendono impossibile da ignorare.

Nei talent, nei creativi, negli artisti con cui lavoravo vedevo spesso uno scarto tra identità privata e identità pubblica molto prima che diventasse problema visibile. Lo intercettavo chiaramente. Il mio ruolo, però, non mi permetteva di affrontarlo - non in quel momento, non in quel modo.

Ho lasciato perché quello spazio non esisteva dentro le strutture in cui lavoravo. Dovevo costruirmelo fuori. La formazione in coaching, in approcci somatici e identitari, in lettura dei pattern è stata una messa a fuoco di quello che facevo già intuitivamente.

I segnali di crisi arrivano prima della crisi. Ma bisogna saperli leggere.

Una narrazione regge solo se è ancorata all'identità reale. Non al pubblico che si vuole raggiungere.

Le organizzazioni che cercano di parlare a un pubblico nuovo commettono spesso lo stesso errore: adottano il linguaggio di chi vogliono raggiungere invece di trovare la forma autentica di quello che sono. Il risultato è una comunicazione che non convince nessuno - né il pubblico nuovo, né quello storico.

Ho visto questo pattern in istituzioni culturali, in media, in brand in fase di ridefinizione. Non era mai un problema di comunicazione: era sempre un problema di identità che non aveva ancora trovato le parole giuste per raccontarsi.


Lo scarto tra chi si è e come si appare non si risolve semplicemente riscrivendo la propria strategia. Si risolve con un riallineamento.

Quello che faccio oggi nasce direttamente da tutto questo. Lavoro con persone e organizzazioni nel momento in cui lo scarto tra identità e presenza pubblica diventa impossibile da ignorare.

Con le persone il lavoro è di coaching: accompagnare il processo di integrazione nel tempo. Con le organizzazioni è di consulenza strategica: leggere il sistema, nominare il problema, costruire la direzione. A volte i due livelli si sovrappongono ed è lì che il lavoro diventa più interessante.

Un approccio che tiene insieme più livelli.

Il mio lavoro non si basa su un singolo framework. Ho costruito nel tempo un metodo che integra strumenti diversi: consulenza strategica, coaching somatico, lettura dei pattern identitari.

Non lavoro solo sulla comunicazione esterna e non lavoro solo sull'interiorità. Lavoro nello spazio tra le due - che è esattamente dove si genera lo scarto che porta le persone e le organizzazioni da me.

La formazione somatica e simbolica che ho integrato nel percorso non compare in primo piano nel lavoro con i clienti ma informa il modo in cui leggo le situazioni e le persone, e la qualità della presenza che porto nel mio approccio professionale.

Vuoi lavorare con me?

Se senti che questo ti riguarda, inizia da qui. Una conversazione di orientamento - trenta o quaranta minuti - per capire se c'è allineamento tra quello che porti e quello con cui lavoro.

Nessun impegno, nessuna soluzione preconfezionata.